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del vino sfuso

La rivincita dello sfuso….l’autorevole rivista VQ Vite-Vino-Qualità parlano di noi

VQ NUMERO QUATTRO – LUGLIO DUEMILA13 52 MERCATO DISTRIBUZIONE
Sembra una vita fa. Eppure, a chiedere in
giro molti di noi potrebbero confermare
di avere visto, in un passato poi non
così remoto, il proprio padre, uno zio,
un conoscente, partire dalla città in direzione
campagna un sabato mattina e
tornare carico di damigiane piene.
Poi, giù nella cantina del palazzo, a imbottigliare il vino
che sarebbe bastato alla famiglia per tutto l’anno. Vino
rosso e bianco, magari frizzantino, sempre e comunque
di quello buono, grazie a un rapporto diretto con quel
contadino, sempre lo stesso, di cui ci si poteva fi dare.
Altri tempi, certo. Passati grazie a quel benessere diffuso
che ha cambiato la vita di molti italiani e rivoluzionato
anche il loro rapporto con il mondo del vino,
che nel frattempo scopriva le sue potenzialità qualitative
e le mille sfaccettature di varietà, cloni, tecniche
di vinifi cazione, strategie di marketing.
Ma il vino sfuso è un pezzo di cultura italiana che non
ha ancora fi nito di raccontare la sua storia. Ne erano
pienamente convinti Giovanni Corvezzo e Fabio
Calzavara, due giovani imprenditori del Nord-Est, che
da alcuni anni lavorano a un progetto tutto basato sul
take away enologico, dopo numerose esperienze legate
al settore.

Tra botti e fusti d’acciaio
È nata così l’idea della vineria. Uno spazio dove i clienti,
tra una botte e un fusto d’acciaio, possono recarsi per
passare una serata in compagnia, degustando vini sfusi
di qualità. Conoscendo nuovi prodotti. Facendosi consigliare.
Ma, soprattutto, con la possibilità di fare il pieno
di un vino particolarmente gradito e portarselo a casa
come scorta per l’uso quotidiano, durante la settimana.
Una formula alternativa al classico mondo delle enoteche,
delle rivendite e dei wine bar, e che sta riscuotendo
un successo crescente, come confermano i numeri. Dopo
le prime aperture nel Triveneto, infatti, le vinerie nate
seguendo questa formula hanno toccato quota ventidue,
con presenze in Lombardia, Trentino, Liguria e Toscana.
Inedita la formula, innovativo anche il rapporto con i titolari
dei locali. “Noi non siamo i proprietari delle vinerie
– ci dice Giovanni Corvezzo – ma i titolari di una
società che si rivolge a imprenditori amanti di questo
mondo, che interessati all’idea decidono di aprire la
propria attività, mettendo in conto un rischio minimo
e un investimento più che sostenibile, nell’ordine
dei venti-trentamila euro. A loro la scelta di utilizzare
un nome tutto loro per la propria vineria, o viceversa
decidere di esporre il nostro marchio KeVin! .
Va precisato che non si tratta di franchising, perché
Sembra una vita fa. Eppure, a chiedere in
giro molti di noi potrebbero confermare
di avere visto, in un passato poi non
così remoto, il proprio padre, uno zio,
un conoscente, partire dalla città in direzione
campagna un sabato mattina e
tornare carico di damigiane piene.
KE VIN! VOLA ALL’ESTERO
Le idee di Giovanni e
Fabio, però, non terminano
qui. È infatti in rampa di
lancio lo sbarco all’estero
con l’apertura entro
fi ne anno della prima
vineria negli Stati Uniti, a
Chicago. E poi Berlino e
l’Austria, giusto per testare
mercati potenzialmente
molto affi ni. Anche in
questo caso, con una
sfi da impegnativa, che
consiste nel far capire
ai consumatori esteri
che il vino italiano non è
solo quello delle grandi
etichette. Il potenziale,
va da sé, è enorme,
aprendosi a un numero
di consumatori che ai
nobilissimi da esportazione
non avrebbero mai accesso
o che fi nora sono stati
abituati a un vino sfuso
importato dal nostro Paese
che non si distingueva per
tipicità e qualità. “Sappiamo
– dice Corvezzo – che
all’estero la cultura del vino
sfuso è tutta da formare.
Ma crediamo che non si
possa tollerare di vedere
offrire un calice di Prosecco
a New York per dieci dollari.
In questo caso si manca
di rispetto al cliente e al
produttore, al quale il vino
è stato pagato a cifre
davvero modeste.
La nostra idea di vineria
all’estero reca in sé anche
il valore aggiunto di fare
scoprire vini nuovi e
garantire equità a tutti i
livelli della fi liera.
Non ci interessano iniziative
che fanno male a tutti e
in cui l’unico a trarne un
vantaggio sproporzionato è
chi offre il vino al dettaglio”.
“tra noi e il titolare si instaura solo un rapporto di
consulenza e fornitura dei prodotti. Viene offerto un
pacchetto chiavi in mano e i nostri dati ci dicono che
l’investimento è ammortizzabile già dopo un anno
grazie alla sola somministrazione sul posto del vino”.
I dettagli, in questo caso, possono fare la differenza, a vantaggio
della percezione di qualità del cliente. Non va dimenticato,
infatti, che il vino sfuso deve scontare un gap.
Diffi cile non considerare che nella mente di molti, se confrontato
con quello in bottiglia, lo sfuso paga spesso una
fama che lo presenta come un prodotto di qualità inferiore
o, quado va bene, casereccio e alla buona. Anche da quello
normalmente servito alla spina in tanti bar, inoltre, nessuno
si aspetta miracoli. Una missione in più per Ke Win!
e le sue vinerie di nuova generazione, che vogliono dimostrare
nei fatti di poter accontentare non solo il portafoglio,
ma anche il palato. In soccorso arrivano, oltre a fornitori
fi dati, anche le attrezzature per la somministrazione,
che oggi la tecnologia
aiuta a rendere particolarmente
effi cienti.
I moderni sistemi
di spillatura, infatti,
così come le macchine
per la mescita automatica del vino, consentono di preservare
al meglio la qualità della materia prima, a garanzia
dell’offerta. Si parla di impianti spesso pensati e progettati
su misura per le esigenze della vineria.
Come funziona
Per avviare l’attività, il futuro titolare di vineria può usufruire
gratuitamente di uno studio personalizzato, che
parte da un sopralluogo della location prescelta, dall’eventuale
accompagnamento nella progettazione degli spazi,
fi no alla parte dedicata agli impianti di conservazione e
somministrazione del vino sfuso. Una volta aperta la vineria,
la casa madre offre la possibilità di lavorare con
produttori selezionati (e qui arriva la parte di guadagno
per gli ideatori della formula) per effettuare gli approvvigionamenti
e lo spazio virtuale di comunicazione digitale,
rappresentato dal sito kevineria.com, da facebook e da
twitter. La partnership così instaurata non prevede passaggi
obbligati o vincoli da rispettare. L’unico impegno,
infatti, è rappresentato dal contratto di fornitura per la
somministrazione, che non impedisce comunque alla singola
vineria di scegliere di ampliare la gamma dei vini offerti
in assoluta autonomia. Al cliente non resta
che entrare e testare in proprio vini sfusi
selezionati per rapporto qualità/prezzo e per
un’offerta che copre le tipologie più amate, con
un particolare riguardo al territorio in cui si trova
la vineria. Può limitarsi a un calice da degustare
sul posto in un momento conviviale tra amici o provare
l’asporto. In questo caso, è libero di portarsi un contenitore
da casa o utilizzare bottiglie, fi aschi e dame fornite
direttamente dal locale e trovare il proprio vino quotidiano
a due-tre euro al litro.
Un contesto favorevole
Il ritorno dello sfuso è accompagnato da una situazione
particolarmente favorevole al prodotto. Una migliore qualità
di base dei vini grazie alla professionalizzazione delle
cantine è certamente il primo. L’inferiore capacità di
spesa degli italiani, soprattutto in questa particolare fase
congiunturale, il secondo. In più, vi sono tanti altri piccoli
tasselli che, sommati, giocano a favore. Il consumatore è
più attento ed esigente anche quando si tratta di prodotti
base, stimolando una concorrenza positiva. La cultura
italiana del pasteggiare quotidiano con il vino può riprendere
vigore grazie alla possibilità di portarsi a casa,
di volta in volta, piccole scorte. Infi ne, un’aumentata sensibilità
per le tematiche di impatto ambientale non può
che mettere in positiva luce un servizio in cui si risparmia
sugli imballaggi, potendo utilizzare sempre lo stesso
contenitore per rifornirsi. Chi l’ha capito prima degli
altri, sta iniziando a cogliere i primi frutti. Merito, in parte,
dell’eredità da quella vecchia damigiana nella cantina
di famiglia. ■